PROSEGUENDO IL CAMMINO QUEL TANTO CHE BASTA


Alla scoperta di qualche gioiello nascosto

Le poche cose descritte a proposito del Rinascimento a Milano non devono far pensare che il discorso finisca lì, giacché il Rinascimento, milanese e non, è stato nel tempo e nello spazio molto di più e molto altro, così come tutto quanto venuto subito dopo, tra Cinque e Seicento.

Varrà perciò la pena andare a scoprire qualche altro gioiello prezioso quanto poco praticato, nascosto in chiese che, malgrado gli autentici tesori che custodiscono, sono spesso, e incredibilmente, semisconosciute e deserte. Qui ne proponiamo solo qualcuno, poiché per parlare di tutti non basterebbe un intero blog. È quindi un semplice assaggio, ma di quelli che non si dimenticano più.

Riprendiamo dunque il cammino iniziando proprio dalla chiesa di Santa Maria presso San Satiro, a noi già nota e tuttavia da rimirare ancora, dove all’altare maggiore spicca una bella Madonna col Bambino, affresco che risale alla metà del XIII secolo ma nel quale attorno al 1480 furono aggiunte le figure degli illustri donatori, quasi certamente quelle di Gian Galeazzo Sforza con la madre Bona di Savoia.

L’antica cappella alla sua sinistra, del IX secolo ma rifatta nel Quattrocento, è detta della Pietà essendovi collocato il gruppo di figure in terracotta colorata realizzato da Agostino de’ Fondutis nel 1482-83.

Proseguendo per via Torino merita una visita la chiesa di San Giorgio al Palazzo, nella quale, superato il San Gerolamo dipinto da Gaudenzio Ferrari verso il 1530 e il Martirio di San Giorgio attribuito al Morazzone, ci attende lo splendido Ciclo pittorico della Passione, capolavoro assoluto di Bernardino Luini del 1516, davanti al quale si rimarrebbe per delle ore per la bellezza e complessità della composizione.

Non lontano da qui, lungo il corso di Porta Romana, nell’antica basilica di San Nazaro Maggiore, o in Brolo, vi sono due opere notevoli di Bernardino Lanino: la cappella di Santa Caterina, affrescata nel 1548-49 con la collaborazione di Giovan Battista della Cerva, e del medesimo periodo l’Ultima cena, ispirata a una tela di Gaudenzio Ferrari del 1543, che si trova nella chiesa di Santa Maria della Passione, in via Vincenzo Bellini, dove incontriamo anche una Crocifissione di Giulio Campi del 1560, una Deposizione dalla croce coi Ss. Ambrogio e Agostino, opera giovanile di Bernardino Luini, e una Madonna col Bambino e Sante, di Simone Peterzano.

Ma l’autentica perla di questa grande chiesa, la seconda per ampiezza dopo il Duomo, è sicuramente la magnifica Sala Capitolare, architettata e affrescata da Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, del quale spiccano soprattutto le nove tavole raffiguranti Cristo e gli Apostoli dipinte attorno al 1514. E del Bergognone è anche, nella basilica di San Simpliciano, l’Incoronazione di Maria, grandioso affresco del 1515 che decora la conca dell’abside.

Tornati di nuovo in Santa Maria delle Grazie – come resistere al suo richiamo? – ammiriamo in una tavola quattrocentesca di scuola lombarda la Madonna delle Grazie, col manto steso a proteggere la famiglia del conte Gaspare Vimercati, che aveva fatto erigere la cappella. La precedono un trittico firmato Niccolò da Cremona e datato 1520 (Madonna col Bambino tra San Giovanni Battista e San Pietro Martire) e una bella pala d’altare di Paris Bordon (Sacra Famiglia con Santa Caterina d’Alessandria, 1550 circa).

Sul lato opposto una cappella è interamente affrescata da Gaudenzio Ferrari son scene della Passione, tra cui la Crocifissione, mentre sul fondo si apre il prezioso coro intarsiato realizzato tra il 1470 e il 1510.

Non lontano, sempre in corso Magenta, si raggiunge la chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, la cui sobria e grigia facciata non fa minimamente presagire le splendide meraviglie dell’interno, nel quale non esiste un solo centimetro che non sia affrescato.

L’ambiente è un lungo rettangolo suddiviso da un tramezzo in due aule distinte – una era destinata ai fedeli, l’altra alle monache – entrambe con affreschi alle pareti e alle volte, per la maggior parte realizzati da Bernardino Luini tra il 1522 e il 1529, nonché dai figli Aurelio e Giovan Pietro, ma anche da altri grandi maestri quali Vincenzo Foppa, Bergognone, Marco d’Oggiono, Giovanni Antonio Boltraffio, Bernardino Zenale, Simone Peterzano, Callisto Piazza, Antonio Campi.

Nell’aula delle monache s’impongono alla vista, oltre ai magnifici dipinti, il pregevole coro ligneo d’inizio Cinquecento, attribuito a Gian Giacomo Dolcebuono, e un raro esemplare di organo a canne realizzato nel 1554 da Giovanni Giacomo Antegnati e utilizzato ancora oggi nei concerti che si svolgono nella sala.

Con quest’ultima visita, davvero esaltante, si chiude più che degnamente anche questo breve capitolo, al quale ciascuno, girando nella città e per musei, potrà aggiungerne altri ancora secondo estro e inclinazione.

Filippo Decorso

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