Il Rinascimento “milanese”
La passeggiata di oggi attraverso alcune testimonianze dell’epoca rinascimentale è indispensabile per conoscere e capire Milano, città di fondamentale importanza per il Rinascimento italiano ed europeo, che qui ebbe uno sviluppo straordinario e con caratteristiche del tutto proprie, tanto da apparire unico e perfettamente riconoscibile nella sua peculiarità. Naturalmente per avere una visione completa di quel periodo occorre visitare anche i musei della città – principalmente la Pinacoteca di Brera, il Museo d’arte antica al Castello Sforzesco, la Pinacoteca Ambrosiana, il Museo Poldi Pezzoli, il Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia – ma noi come di consueto inizieremo a farlo “en plein air”, limitandoci ad alcune opere, perlopiù accessibili liberamente dalla strada, di tre uomini d’arte e di pensiero particolarmente rappresentativi di quell’epoca feconda.
È bene premettere che già nei primi decenni del XV secolo comincia a manifestarsi un forte desiderio di rinnovamento negli artisti locali, alimentato dallo scambio di esperienze e linguaggi con realtà diverse, come le raffinate avanguardie toscane e nordeuropee.


Ma il Rinascimento, complici anche l’alleanza con Firenze e i rapporti con altre città culturalmente evolute, a Milano si sviluppa e afferma definitivamente solo dalla seconda metà del Quattrocento quando gli Sforza, prima con Francesco poi con Ludovico il Moro, chiamano alla propria corte alcuni dei massimi artisti in circolazione.
Il Filarete: dal Castello alla Ca’ Granda


Anche se messo scherzosamente tra parentesi nel nostro titolo, è proprio Antonio Averlino, scultore e architetto fiorentino detto il Filarete, a fare da apripista arrivando a Milano nel 1451, dopo essersi distinto a Roma con alcune pregevoli sculture, tra cui i battenti bronzei per la porta centrale della Basilica di San Pietro. A Milano svolge un ruolo decisivo soprattutto nel campo dell’architettura e non solo in quello, portando in città l’aria nuova del Rinascimento fiorentino. Assunto da Francesco Sforza dapprima alla Fabbrica del Duomo, il Filarete riceve poi l’incarico di metter mano al castello per abbellirlo, in particolare nella parte frontale, la cui Torre dell’orologio infatti porta ancora il suo nome, sia pure impropriamente dato che, distrutta rovinosamente nel 1521 da un’esplosione, quella odierna è la ricostruzione fatta nel 1905 da Luca Beltrami sulla base di disegni e rappresentazioni rinascimentali, tra cui i graffiti bramanteschi ritrovati nella Cascina Pozzobonelli e nell’Abbazia di Chiaravalle.



La sua fama però è legata soprattutto all’edificazione del nuovo Ospedale Maggiore, detto Ca’ Granda per via delle dimensioni, voluta nel 1456 da Francesco Sforza per disporre di un unico “grande e solenne ospedale” al posto di quelli sparsi nel territorio milanese.

Il Filarete ne cura l’intero progetto – che l’impianto odierno ancora ricalca – ma la parte di cui segue personalmente i lavori portandola a compimento è l’ala destra, la quale comprende la magnifica facciata, l’elegante porticato dell’infermeria e i quattro cortili interni separati dai bracci della cosiddetta Crociera, luogo destinato alla degenza dei malati. Oggi il complesso è sede dell’università degli Studi di Milano.


Già avvicinandosi alla Ca’ Granda da Largo Richini e Via Festa del Perdono, attratti dalle sue linee armoniose e dalle decorazioni in cotto, se ne percepisce subito la levatura e grandiosità, che è inevitabile fermarsi ad ammirare. Ma una sorpresa non certo minore si ha entrando nei quattro bellissimi cortili, simili a veri e propri chiostri con portici e logge sovrapposte, denominati secondo la funzione: della farmacia o spezieria (il più antico), dei bagni, della legnaia, della ghiacciaia.
La Crociera che li divide colpisce soprattutto per l’estrema funzionalità dell’impianto e la razionale distribuzione degli spazi. Basti pensare ai giganteschi camini per il riscaldamento, al sistema fognario e alla dotazione di lavandini in pietra, gabinetti con acqua corrente (uno ogni due letti), nicchie in muratura a mo’ di “armadietti” con ribaltina: quanto di più moderno si potesse concepire all’epoca sul piano architettonico come su quello sanitario e assistenziale, costituendo insieme all’intero complesso un modello ancora oggi esemplare per tecnica e bellezza.

Sono concetti e visioni che nel 1464 il Filarete esprime, raduna e tramanda – come sempre in anticipo sui tempi – nel denso Trattato di Architettura in cui sviluppa il progetto della città ideale, la “Milano perfetta”, non a caso denominata “Sforzinda” in onore del duca Francesco Sforza.

I prodigi di Donato Bramante
Nel 1477 è l’architetto e pittore Donato Bramante ad arrivare da Urbino alla corte di Ludovico il Moro, che tra i primi incarichi gli assegna la ricostruzione dell’antica chiesa di Santa Maria presso San Satiro, situata tra le attuali vie Torino e Falcone.

Qui l’artista dimostra subito il proprio valore realizzando nell’ambito del progetto complessivo due mirabili capolavori. Uno è il Battistero, o sagrestia, a pianta ottagonale e coronato da un fregio di putti e busti maschili in terracotta, disegnati dallo stesso Bramante ed eseguiti da Agostino de’ Fondutis.


L’altro, autentico gioiello d’arte e architettura, è la cosiddetta finta abside, o finto coro, in cui egli porta a livelli d’inarrivabile perfezione l’effetto ottico della prospettiva mediante raffinati elementi pittorici e in rilievo, ovviando così alla mancanza di spazio nel capocroce semplicemente, e genialmente, con il suo allungamento virtuale.

Praticamente in uno spazio profondo soltanto 97 cm condensa in scala 1:10 quanto previsto nei 9,70 metri del progetto ideale. L’illusione ottica del finto coro svela il prodigioso inganno avvicinandovisi prima frontalmente per poi spostarsi pian piano osservandolo di lato: un’esperienza davvero unica e rivelatrice del valore di cotanto artista.
In seguito, tra il 1492 e il 1497, Bramante si occupa anche della basilica di Sant’Ambrogio, con la costruzione della Canonica e dei chiostri del monastero, su commissione rispettivamente di Ludovico e del fratello di questi, il cardinale Ascanio Sforza. Della prima ci resta il porticato, notevole sebbene incompiuto, con i tipici archi in cotto, le nodose colonne in pietra “laboratas ad tronchonos” e i capitelli corinzi anch’essi in pietra.



I chiostri, d’ordine ionico e dorico, costituiscono ancora oggi i cortili dell’Università Cattolica in Largo Agostino Gemelli e sono gli unici due realizzati, peraltro non direttamente dal Bramante e in epoca successiva, dei quattro previsti dal suo progetto originario.
Non lontano da qui, in Corso Magenta, si trova uno dei massimi esempi dell’arte rinascimentale: la basilica di Santa Maria delle Grazie, realizzata da Guiniforte Solari tra il 1466 e il 1490, ma che subito dopo, per volere di Ludovico il Moro, Bramante e Leonardo modificano lasciando, ciascuno per la sua parte ma collaborando in armonia, il segno inconfondibile del loro genio multiforme. Bramante è chiamato a dare alla basilica un aspetto più solenne e monumentale, vuoi per il prestigio degli Sforza, vuoi perché il Moro intende farne il mausoleo proprio e della famiglia.



Nasce così la stupefacente tribuna con cupola emisferica e tre absidi, culminante all’esterno nel magnifico tiburio con loggetta ad archi e colonne binate, un complesso particolarmente suggestivo se osservato dal chiostrino, su cui s’affaccia la Sagrestia, altro capolavoro del Bramante.


In architettura non mancano altre valide testimonianze bramantesche sparse per la città, tra cui Casa Fontana Silvestri in Corso Venezia 10, raro esempio di edilizia rinascimentale sopravvissuto a Milano, così come Palazzo Dal Verme in Via Giacomo Puccini 3. Sono anche da ammirare, tra gli altri, la Ponticella di Ludovico il Moro, nell’angolo settentrionale del Castello Sforzesco; il cortile di Palazzo Bigli, nell’omonima via al n. 12; il chiostro dell’ex Monastero delle Umiliate in Via Cappuccio 3; i resti della Cascina Pozzobonelli in Via Andrea Doria 4, a due passi dalla Stazione Centrale.
In campo pittorico ci restano pochissime opere, alcune conservate nella Pinacoteca di Brera, come il toccante e suo modo rivoluzionario Cristo alla colonna, trasferito lì dall’Abbazia di Chiaravalle.

Arriva Leonardo da Vinci, “Genio universale”

Non appena si nomina Leonardo il pensiero corre subito all’Ultima Cena, dipinta tra il 1494 e il 1498 sulla parete del refettorio dei frati Domenicani.

È logico e giusto che sia così, trattandosi – insieme forse al disegno perfetto dell’Uomo vitruviano – di un’autentica “summa” artistica, culturale e filosofica non solo del suo autore ma dell’intero Rinascimento.
Del resto l’opera (visitabile a pagamento previa prenotazione), oltre che meravigliosa, è complessa e straordinariamente innovativa sotto ogni aspetto, dalla disposizione e postura delle figure alla loro simbologia, dalle tonalità dei colori alla rappresentazione paesaggistica nello sfondo, fino all’idea di creare un effetto prospettico in continuità con la sala della mensa. In una parola: è la stessa concezione d’insieme a sbalordire, anche se per ottenere una maggiore brillantezza dei colori (e concedersi tempi più lunghi per i ripensamenti) Leonardo non ricorre alla tecnica dell’affresco, realizzando invece il dipinto con tempera grassa su intonaco secco, scelta audace, forse sperimentale, ma davvero infelice sul piano della durata e conservazione.

Leonardo comunque – giunto nel 1482 da Firenze nel quadro degli intensi rapporti diplomatici tra Lorenzo il Magnifico e Ludovico il Moro – una volta a Milano, città di cui s’innamora subito, tanto da viverci più di ventitrè anni, svolge molteplici attività nei campi più disparati (praticamente tutte quelle possibili), sempre con estrema originalità e spirito di ricerca, dalle arti figurative – disegno, pittura e scultura – ai lavori d’ingegneria, dagli studi scientifici ai progetti di nuove macchine d’uso civile o bellico, dalle invenzioni più bizzarre agli svariati impegni di corte, compresa l’organizzazione di feste e sponsali creando da vero regista scenografie, versi poetici, canti e musiche per le danze.



Per farsi un’idea della sua poliedrica creatività, oltre ad ammirarne le stupende opere d’arte, bisognerebbe sfogliare il monumentale Codice Atlantico, fitto di disegni, progetti e annotazioni, conservato nella Pinacoteca Ambrosiana che ne espone a turno una congrua quantità di pagine, e visitare il Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia.

Nei primi anni del suo lungo soggiorno milanese Leonardo dipinge il celebre Ritratto di musico (1485 circa), capolavoro di notevole impatto visivo, anch’esso conservato all’Ambrosiana insieme al Codice Atlantico e tra le poche opere leonardesche rimaste in Italia.



Negli stessi anni, tra il 1483 e il 1486, realizza l’ancor più famosa Vergine delle Rocce, opera d’una certa complessità conservata al Louvre di Parigi e, in una seconda versione, alla National Gallery di Londra. Qualche anno dopo dà alla luce, è il caso di dire, la splendida Dama con l’ermellino, sicuramente tra i suoi dipinti più belli ed espressivi (purtroppo sta in un museo di Cracovia), dove egli ritrae Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, con in braccio il piccolo animale, in verità più simile a un furetto che all’ermellino (ma con quest’ultimo, che in greco si dice galḗ, Leonardo vuol forse alludere al cognome della bella Cecilia).
Leonardo si occupa anche dei chiostri di Santa Maria delle Grazie e delle decorazioni pittoriche di alcuni ambienti del Castello Sforzesco, in particolare della cosiddetta Sala delle Asse, tuttora oggetto di restauro.

I motivi ornamentali consistono in rami di piante, soprattutto di gelsi (in milanese “moròn”, da cui il soprannome di Ludovico il Moro che ne diffuse la coltivazione). Il Duca lo incarica anche di realizzare un monumento equestre per celebrare il padre, Francesco Sforza. Leonardo lavora di buona lena (o quasi), l’idea iniziale prevede il cavallo impennato, ma ciò crea troppe difficoltà strutturali e di equilibrio. Meglio dunque un più stabile cavallo al passo, di cui infatti realizza il modello in creta alto più di sette metri, che viene esposto nel 1493 al pubblico entusiasta.

Non resta dunque che ricavarne la fusione in metallo, ma con le cento tonnellate di bronzo necessarie vengono invece costruiti i cannoni per difendere il Ducato di Milano dall’invasione dei francesi di Luigi XII. Il progetto viene così abbandonato per essere ripreso e alla fine realizzato esattamente cinque secoli dopo, nel 1999, grazie al finanziamento di Frederik Meijer, ricco uomo d’affari del Michigan, che chiede e ottiene la fusione di due esemplari identici del gigantesco Cavallo di Leonardo, alto quasi otto metri: uno per il proprio parco naturale e artistico, l’altro per l’Ippodromo di San Siro a Milano, ove è collocato e tuttora visibile liberamente.
Conosciamo l’apporto fondamentale di Leonardo nel realizzare le “chiuse” dei Navigli, o conche di navigazione, e nel regolare il sistema idraulico della città, perciò non torneremo sull’argomento in quanto già trattato in passato.

Merita però una citazione il cosiddetto “Glicine di Leonardo”, in via Verro 2, non lontano dal Naviglio Pavese e dalla Conca Fallata, poiché si tramanda che proprio sotto quella pianta plurisecolare il grand’uomo si appartasse a meditare, spesso in compagnia dello stesso Ludovico il Moro.
Molti luoghi di Milano continuano dunque a parlare di Leonardo, del quale si sente ancora la viva presenza. Non potrebbe essere altrimenti, tanto che camminando per strada può persino capitare di imbattersi all’improvviso, come in un miraggio, nello sguardo ammaliante e senza tempo della Dama con l’ermellino.

Filippo Decorso






