MILANO, CITTÀ DI ACQUE


Tra le principali ragioni che nei millenni hanno attratto e indotto le genti a insediarsi in questa terra ce n’è una davvero fondamentale: la sua grande ricchezza d’acqua, come avevano compreso assai bene Celti, Romani, Longobardi e quanti vennero dopo.

Una ricchezza presente in abbondanza nelle vaste falde freatiche – peculiare il fenomeno delle risorgive – e alimentata inoltre dai fiumi Ticino e Adda, insieme a Nirone, Olona, Seveso, Lambro e altri corsi minori.

Si tratta nell’insieme di un patrimonio immenso (ma non inesauribile), che integrato da importanti opere di canalizzazione – si pensi ai Navigli, al Villoresi, al Redefossi – costituisce un esteso sistema idrografico particolarmente complesso e capillare, a cui Milano e la sua storia sono intimamente legate.  

Sarebbe interessante oggi addentrarsi nell’intricato reticolo sotterraneo che tra deviazioni e misteriose confluenze attraversa invisibile la città, ma meglio limitarsi alle sole acque che scorrono all’aria aperta, ovvero i tre Navigli rimasti scoperti – Grande, Pavese, Martesana – e la Darsena, rifatta una decina d’anni fa dopo essere stata per secoli l’animatissimo porto cittadino.

I navigli infatti, oltre all’ampio uso irriguo che se ne fa tuttora, erano anche le principali vie di comunicazione per il trasporto di merci e di persone, funzione che comportava la necessità di superare i dislivelli naturali mediante un ingegnoso sistema di chiuse o conche di navigazione, come vedremo più avanti.

Dei canali ancora esistenti il Naviglio Grande, che in 50 km collega il Ticino a Milano superando senza conche un dislivello negativo di 34 metri, è sicuramente il più antico, essendo stato iniziato nel 1177, prolungato nel 1211 fino alle porte della città e reso stabilmente navigabile nel 1269.

In verità cronologicamente verrebbe prima la Vettabbia in quanto costruita dai romani (pare che il nome derivi da Vectabilis, cioè capace di trasportare), la quale immettendosi nel fiume Lambro consentiva già allora di raggiungere il Po e quindi l’Adriatico.

Oggi però è una semplice roggia, assai stretta in vari punti e per giunta ricoperta per ampi tratti, trovando tuttavia un giusto riconoscimento nel parco ad essa intitolato e nei resti di un antico mulino in via Ripamonti.

Il Naviglio Grande rimane comunque quello storicamente più importante, non fosse altro che per il ruolo determinante avuto nella costruzione della città e del Duomo in particolare, con il trasporto dei blocchi di marmo provenienti dalle cave di Candoglia sul Lago Maggiore. I barconi arrivavano nel laghetto presso Sant’Eustorgio (la Darsena non esisteva ancora), ma in seguito poterono raggiungere direttamente le diverse zone della città attraverso la cerchia interna dei Navigli, scaricando le merci nelle sciostre,magazzini fluviali dislocati lungo le rive.

La Cerchia era nata anticamente come fossato difensivo, ma venne via via ampliata e resa navigabile tra il XIV e XV secolo per le sopravvenute necessità dell’erigenda cattedrale (si ricordi la dicitura AUF – Ad usum fabricae che esentava dai dazi), i cui carichi approdavano al laghetto di Santo Stefano, in prossimità del Duomo, dove ancora esiste la via Laghetto con la Ca’ di tencìtt (casa dei carbonai), l’antica abitazione degli scaricatori di marmo e carbone anneriti in viso (sembra che proprio la polvere depositatasi sulla loro pelle, respingendo il morso delle pulci, li avesse salvati dalla terribile peste del 1630, con conseguente dipinto votivo di ringraziamento alla Madonna).

Lungo le sponde del Naviglio Grande sorsero nel tempo innumerevoli botteghe artigiane e piccoli stabilimenti per l’esercizio delle attività più disparate, dalla concia delle pelli alla produzione della carta, dalle lavorazioni tessili al lavaggio dei panni.

A testimonianza di quest’ultimo resta oggi il Vicolo dei Lavandai, l’antico Vicol di bugandée (da bugada, cioè bucato), con ancora il lavatoio coperto, il fossatello e gli stalli di pietra dove si posava il brellìn di legno su cui strofinare i panni, pratica comunque diffusa ovunque vi fosse un corso d’acqua. Oggi invece si sono moltiplicati gli studi di pittori e artisti, allestiti nelle antiche case di ringhiera con le caratteristiche corti.

Alla fine il Naviglio Grande si immette lentamente nella Darsena passando sotto al ponte dello Scodellino, così denominato, pare, per via dello “scudello”, moneta del valore di un quarto di scudo che i barcaioli, detti “comballi”, dovevano pagare per il transito, oppure per la loro abitudine di fermarsi qui alla fine del viaggio a rifocillarsi con una scodella di minestra calda.

Il Naviglio Pavese, che collega Milano a Pavia, scorre invece in senso inverso defluendo dalla Darsena, sotto il ponte del Trofeo, per poi sfociare nel Ticino dopo 33 km e un dislivello di circa 57 metri, superato grazie a ben dodici conche.

Il ponte del Trofeo è detto così in ricordo del monumento celebrativo, non più esistente, fatto erigere dal vanaglorioso governatore spagnolo don Pedro Enriquez de Acevedo, conte di Fuentes, che nel 1601 aveva dato inizio ai lavori per completare e rendere navigabile il canale, senza peraltro riuscire nell’intento, tanto che il trofeo fu ribattezzato “bugiardo” e una delle due conche allora previste, e poi interrotte, si chiama ancora oggi “fallata”.

Sta di fatto che, dopo un paio di secoli di sostanziale inerzia, il completamento dell’opera e l’effettiva navigabilità si ebbero soltanto nel 1819 a seguito di un decreto del 1805 di Napoleone. Va tuttavia precisato che le origini del Naviglio Pavese, sia pure a scopo di irrigazione, risalgono al 1359 ad opera di Galeazzo II Visconti e poi del figlio Gian Galeazzo, con ulteriori sviluppi nel 1473 sotto Galeazzo Maria Sforza e, come detto, nei primi anni del Seicento durante la dominazione spagnola.

Analogamente agli altri navigli, anche su quello Pavese si trasportavano persone e soprattutto merci, in particolare grandi quantità di formaggi, tra cui gorgonzola e grana padano tipici delle campagne vicine.

Le forme venivano scaricate e portate, attraverso cortili comunicanti, nelle casere di corso San Gottardo per la stagionatura e la commercializzazione, un’attività tanto diffusa e fiorente che la via era conosciuta come «el borgh di formagiàtt» (il borgo dei formaggiai).

Del resto la scelta del luogo non era certo casuale, non solo in quanto adatto e molto pratico, ma soprattutto perché, trovandosi al di qua del confine daziario, evitava il pagamento dell’imposta.    

A collegare la città con l’altro grande fiume, l’Adda, è nei pressi di Trezzo il Naviglio della Martesana o Naviglio Piccolo (Naviliètt), oggi visibile in città solo parzialmente per alcuni tratti non coperti, come ad esempio nei quartieri di Crescenzago e Gorla.

Lungo circa 39 km con un dislivello di 19 metri il canale vanta anch’esso una storia di lunga data, essendo stato iniziato nel 1460 da Francesco Sforza, reso navigabile nel 1471 e portato fino alla cerchia interna da Ludovico il Moro nel 1496, congiungendo così di fatto le acque del Ticino e dell’Adda. Le imbarcazioni, superato il dislivello, approdavano nell’ampio bacino di San Marco.

La Darsena – “cuore liquido di Milano”, come la definì qualcuno – ha storia più recente, essendo stata voluta nel 1603 dal già citato governatore spagnolo ampliando e trasformando il laghetto di Sant’Eustorgio, l’antico punto d’attracco delle imbarcazioni.

Il grande bacino, ristrutturato per l’Expo 2015 mantenendone l’originaria forma allungata e ricurva, ha una lunghezza di 750 metri per 25 di larghezza ed è stato per lungo tempo un notevole porto commerciale (tra quelli italiani negli anni ’50 era ai primi posti per tonnellaggio). È ancora vivo nella memoria dei vecchi milanesi il lento andirivieni degli scuri barconi carichi soprattutto di sabbia, ghiaia e materiale lapideo da depositare lungo la banchina munita di gru e silos. L’ultimo malinconico viaggio avvenne esattamente quarantasei anni fa, il 30 marzo 1979.   

La cerchia interna dei Navigli fu totalmente interrata negli anni 1929-30, diventando così il trafficato circuito di strade conosciuto ancor oggi con quel nome, mentre fiumi e torrenti scorrono “tombati” nel sottosuolo. Purtroppo quel mondo liquido così affascinante e singolare è ormai scomparso, ma restano tuttavia, oltre ai Navigli ancora attivi, alcune testimonianze concrete quanto significative, già a partire dai termini “ripa” e “alzaia” (da quest’ultima si trainavano i barconi controcorrente), utilizzati tuttora per le vie che li costeggiano. Ci sono poi le conche, ingegnoso sistema per superare i dislivelli durante la navigazione verso la cerchia interna, consistente nel far salire o scendere il livello dell’acqua, e con esso l’imbarcazione, tra due chiuse mobili consecutive. L’invenzione è universalmente attribuita a Leonardo da Vinci, ma pare che egli sia stato preceduto di alcuni anni da Filippo degli Organi e Fioravante di Bologna, che l’attuarono nel 1438-1439 nel ducato di Milano sotto Filippo Maria Visconti.

In ogni caso sono documentati, nel Codice Atlantico e in altri scritti, gli studi e i progetti in base ai quali Leonardo costruì e perfezionò diverse chiuse dei navigli milanesi, ad esempio la Conca dell’Incoronata o Tombòn de San Marc sulla Martesana, realizzata nel 1496 sotto Ludovico il Moro, come ricordato da una lapide in loco, e perfetta, sebbene asciutta, per capirne il funzionamento.

Delle cinque antiche conche è però quella di Viarenna, o più esattamente Conca di Nostra Signora del Duomo, situata dietro alla Darsena, la prima in ordine di tempo, essendo stata costruita nel 1438 sotto Filippo Maria Visconti, sebbene poi rifatta dalla Veneranda Fabbrica a metà del ‘500. Di qui infatti passavano i marmi e i materiali per la costruzione della Cattedrale, e il noto decreto ducale che li esentava da ogni tributo perché “AUF”, è citato nella lapide dedicata nel 1497 a Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, posta sull’edicola all’estremità della vasca.

Infine, nei pressi dell’omonima via, si può vedere la Conchetta, tuttora funzionante, la cui denominazione identifica in via esclusiva la prima delle 12 conche di navigazione lungo il Naviglio Pavese, mentre il diminutivo è dovuto al fatto che questa è più piccola e con un salto minore (1,85 metri) rispetto alla successiva Conca Fallata (4,65 m). Nel suo piccolo, qui alla Conchetta, il salto d’acqua appare comunque vorticoso, travolgente e a suo modo spettacolare, anche se gli abitanti della borgata l’hanno sminuito con l’ironico soprannome «el Niagara di ratt», ovvero il Niagara dei ratti o pantegane.

Non mancano angoli suggestivi come la chiesa di San Cristoforo sul Naviglio Grande e ponti storici come il Ponte Vecchio del 1703 sulla Martesana, a Gorla; quello pedonale ad arco, degli anni ’30, intitolato ad Alda Merini sul Naviglio Grande; il famoso Ponte delle Sirenette in ferro e ghisa, anch’esso pedonale, collocato nel 1842 sul Naviglio di San Damiano nella cerchia interna, poi accorciato e trasferito nel Parco Sempione ove si trova tuttora.

Le quattro procaci sirene bicaudate (melusine) che si ergono impettite – è il caso di dire – ai quattro angoli del ponte furono subito ribattezzate dai milanesi “sorelle Ghisini”, nonché ben più argutamente «i sorèi del pont di ciapp» (le sorelle del ponte delle chiappe).

All’epoca suscitarono naturalmente un gran clamore, ma anche qualche curiosa abitudine perpetuatasi nel tempo, tra cui quella assai diffusa fra i giovani di toccarne i seni come rito propiziatorio prima degli esami o dell’incontro con l’innamorata.

Non si può concludere il nostro viaggio tra le acque di Milano senza citarne il prezioso apporto non solo nel dissetare gli abitanti, ma nel rendere feconde e rigogliose le sue terre sin dalle epoche più remote.

Grazie alla ricchezza di acqua le campagne tutt’intorno alla città hanno prodotto per secoli, e ancora producono, riso (più recentemente mais) e foraggio, quest’ultimo ottenuto in abbondanza con la tecnica millenaria della marcita, perfezionata dai monaci cistercensi utilizzando al meglio il flusso costante delle risorgive, in modo da garantire più tagli di foraggio fresco anche nella stagione invernale, con grande beneficio per il bestiame e, di conseguenza, la produzione di latte e di formaggi. Non a caso è proprio qui, intorno all’Abbazia di Chiaravalle, che in tempi lontani nacque il Grana Padano.

Quello delle nostre acque, dicevamo, è un patrimonio prezioso, immenso ma non inesauribile e dunque da preservare con amore e tenace lungimiranza.

Filippo Decorso

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