


Allontanandosi di poco dalla piazza del Duomo ci si può affacciare alle piazze che le stanno attorno, compiendo così con pochi passi un percorso breve ma che attraversa ben otto secoli di storia.

Si inizia tornando in Piazza dei Mercanti, dove siamo già stati per vedere alcune statue, ma che ora ci interessa per i suoi antichi edifici.
L’area è infatti quella del medievale Broletto Nuovo – cuore amministrativo e politico della città in età comunale, una cittadella chiusa e accessibile solo dalle porte corrispondenti ai sei sestieri – che soppiantò il vecchio Brolo situato nei pressi di Palazzo Reale.

Furono i rettori del Comune, quand’era podestà Aliprando Faba, a deciderne la creazione nel 1228, avviando la costruzione degli edifici necessari, primo fra tutti il vasto Palazzo della Ragione, portato a compimento nel 1233 dal podestà Oldrado da Trésseno, celebrato con la statua equestre nella facciata.


Il palazzo, in mattoni a vista con eleganti trifore in cotto e un ampio portico per le attività commerciali e le adunanze dei cittadini, presentava in origine una merlatura sulla sommità, smantellata insieme alle capriate in legno nel 1771-73 per fare posto al brutto sopralzo tuttora esistente. Dal 1786 le funzioni comunali furono trasferite nel Palazzo Carmagnola, o Broletto Novissimo, ove rimasero fino al 1861, quando con l’Unità d’Italia vennero definitivamente insediate a Palazzo Marino, come vedremo più avanti.


La suggestiva Loggia dei Mercanti è oggi Sacrario della Resistenza: lastre di bronzo poste sulle colonne ricordano i 1739 nomi dei Caduti milanesi nella guerra di Liberazione, mentre una stele più recente riporta le parole della celebre invettiva “ad ignominia” di Piero Calamandrei. Incastonato in un capitello verso l’esterno si trova il bassorilievo della celebre scrofa semilanuta, derivata dalla tradizione celtica.
Nella piazza, dove oggi sorge il pozzo cinquecentesco, c’era anticamente la “pietra dei falliti”, masso tagliente e spigoloso su cui chi frodava il fisco o faceva fallire la propria attività, prima ancora di andare a giudizio doveva sedersi per ore, esposto al pubblico ludibrio, col deretano nudo e dolorante. Non solo, ma nel luogo si svolgevano anche le esecuzioni capitali dei nobili (al popolo era invece destinata l’area di Piazza Vetra).


Di fronte al Palazzo della Ragione, sul lato interno, si possono ammirare due gioielli di architettura: la Loggia degli Osii e le Scuole Palatine.

La prima fu costruita nel 1316 per volere di Matteo Visconti, Signore di Milano che aveva sconfitto i Torriani, e restaurata nel 1904 nelle forme attuali. È degno di nota, tra arcate e statue sacre, il balconcino centrale, la famosa “parlera” da cui si proclamavano i bandi e le sentenze.

Delle Scuole Palatine, realizzate nel 1644-45 al posto del trecentesco portico di Azzone Visconti e modificate nel corso del XIX secolo, resta la sola facciata, integrata nel 1896, sulla quale si notano la statua di Sant’Agostino e, sopra l’antico passaggio, quella del poeta Ausonio.


Adiacente al Passaggio Scuole Palatine sorge la Casa dei Panigarola, illustre dinastia di notai tenutari dell’Ufficio degli Statuti. La casa, costruita a partire dal 1466, è frutto della trasformazione operata nel 1899 da Luca Beltrami con l’utilizzo di elementi rinascimentali in cotto, come i fregi decorativi e la grande monofora gotica. Da essa un passaggio aereo conduce all’interno del Palazzo della Ragione.
Il lato opposto, che chiudeva a settentrione il Broletto prima dell’apertura di Via Mercanti, è formato dal Palazzo dei Giureconsulti, costruito nel 1561 su donazione di Papa Pio IV Medici come sede del Collegio dei Nobili Dottori, ma nei secoli successivi largamente rimaneggiato in vari stilemi e destinato a diverse funzioni. Spiccano in esso l’elegante loggia a colonne binate e l’alta torre centrale, in cui è inglobata quella duecentesca di Napo Torriani e che reca alla base la statua di Sant’Ambrogio.

Verso Cordusio si incontra a destra il Passaggio Santa Margherita, attraverso il quale e proseguendo per l’omonima via si raggiunge Piazza della Scala.


È proprio il prestigioso Teatro alla Scala a mostrarsi per primo, già da lontano, a chi avanza da Via Santa Margherita, dandogli il benvenuto nella piazza creata nel 1858 demolendo una fitta trama di case esistenti sin dal Medioevo. L’edificio più antico rimasto è senza dubbio il cinquecentesco Palazzo Marino, oggi sede del Comune di Milano che ne è proprietario dal 1860.



Il palazzo fu commissionato dal banchiere genovese Tommaso Marino all’architetto Galeazzo Alessi, che lo iniziò nel 1553 ultimandone nel 1572, anno in cui morì, il fronte verso Piazza San Fedele, quello sicuramente più significativo. Sarà poi Luca Beltrami, incaricato dalla Municipalità nel 1872, a realizzare nei successivi vent’anni la facciata su Piazza della Scala, divenuta così quella principale e restaurata pochi mesi fa. Ampi e di grande bellezza appaiono gli ambienti interni (visitabili gratuitamente previa prenotazione): dall’elaborato cortile con portico a colonne binate e loggiato, allo scalone d’onore, alla splendida Sala dell’Alessi al pian terreno, fino alle altre sale dei piani superiori riccamente decorate.


In una di queste nacque nel 1575 Marianna de Leyva, figlia del nobile Martino e nipote per via materna di Tommaso Marino, alla quale si ispirò il Manzoni per il personaggio di Suor Gertrude, la Monaca di Monza dei Promessi sposi.
Sul fronte opposto si erge il Teatro alla Scala, tra i più prestigiosi teatri lirici al mondo e fra tutti il più celebre.

Costruito nel 1776-78 da Giuseppe Piermarini al posto della chiesa trecentesca di Santa Maria della Scala, si presenta con una facciata neoclassica di sobria eleganza, dalla quale sporge la “Galleria delle carrozze”. Ci sono turisti che rimangono delusi dall’aspetto “modesto” del fronte principale, ignorando però che il Piermarini lo concepì per una vista prospettica dall’angusta contrada antistante.

È comunque degno d’ammirazione, nel timpano sommitale, il bassorilievo raffigurante il “Carro del Sole inseguito dalla Notte”, o Carro d’Apollo, opera dalle delicate cromie dello scultore Giuseppe Franchi su disegno del Piermarini stesso.
Ma il vero tesoro è la grande sala interna, nella tradizionale disposizione a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi e due gallerie (i loggioni), che si distingue per la ricchezza delle decorazioni, il magnifico lampadario ottocentesco e soprattutto lo straordinario effetto acustico.



In duecentocinquant’anni di qui sono passati i maggiori compositori, i migliori cantanti lirici, musicisti ed étoile del balletto. E qui l’11 maggio 1946 Arturo Toscanini diresse il concerto di inaugurazione della sala, distrutta dai bombardamenti e subito ricostruita, a segnare la rinascita non solo simbolica della città e del Paese. Dall’adiacente Museo, molto interessante, si può vedere dall’alto l’intera sala affacciandosi da uno dei palchi.
Gli altri due lati della piazza sono delimitati da due palazzi eclettici, costruiti entrambi da Luca Beltrami per la Banca Commerciale Italiana rispettivamente nel 1906-11 e nel 1913-24.




Oggi, cessata la funzione originaria, il primo edificio, d’impronta classicheggiante con un grande frontone a colonne, ospita gli spazi espositivi delle Gallerie d’Italia, mentre il secondo, meno appariscente ma dalle proporzioni perfette, accoglie gli uffici della Ragioneria municipale.
Con un ultimo sguardo al monumento a Leonardo da Vinci e una rinfrescatina con “l’acqua del Sindaco” alla fontanella ultracentenaria (fu realizzata nel 1914-19 dal solito Luca Beltrami), imboccando Via Marino o la Galleria Vittorio Emanuele ci si avvia per raggiungere l’ultima meta di questo viaggio nella storia attraverso i suoi luoghi.

Eccoci dunque in Piazza Fontana, che deve sì il nome alla bella fontana zampillante disegnata da Giuseppe Piermarini ed eseguita da Giuseppe Franchi nel 1782, ma che in realtà, al solo nominarla, suscita tutt’altri ricordi, quelli terribili e ancor vivi della strage neofascista perpetrata il 12 dicembre 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, causando diciassette morti e ottantotto feriti, e indirettamente anche la morte di Giuseppe Pinelli, diciottesima vittima. I loro nomi e la dolorosa memoria di quei fatti sono nelle lapidi, nelle formelle sul selciato della piazza, tra i muri e nell’insegna stessa della banca.




Non si esagera affatto quando si afferma che dopo di allora Milano e l’intera nazione non furono più le stesse. Ascoltando ammutoliti e pensierosi il canto sommesso della fontana non resta che volgere lo sguardo verso il cinque-seicentesco Palazzo del Capitano di Giustizia da un lato e quello Arcivescovile dall’altro, con la sua storia millenaria e la facciata rifatta dal Piermarini nel 1784 incorporando il portale cinquecentesco di Pellegrino Tibaldi.



Siamo giunti così nei pressi dell’area del Brolo vecchio, da cui in certo qual modo ha avuto origine questo racconto. E dunque, anche stavolta, il cerchio si è chiuso saldando gli estremi.
Filippo Decorso