Piazza del Duomo, che ovviamente è frutto di innumerevoli trasformazioni succedutesi nei secoli, nel suo assetto attuale di enorme rettangolo dominato dalla Cattedrale, ha un’origine relativamente recente – all’incirca centosessant’anni – e per giunta, a dirla tutta, non doveva neanche essere come la vediamo oggi, bensì più corta.



Il progetto di Giuseppe Mengoni infatti, presentato nel 1863 e rimasto incompiuto, prevedeva oltre ai palazzi realizzati lungo i lati nord e sud un analogo edificio porticato sul lato ovest, da costruire nell’area dove oggi ci sono le aiuole e le aste con le bandiere.


I lavori iniziarono nel 1865 con la demolizione delle case circostanti, tra cui l’antico Coperto dei Figini e l’isolato del Rebecchino. L’aspetto definitivo però si ottenne molti anni dopo, con la nuova pavimentazione in granito e marmo a disegni geometrici di Piero Portaluppi (1929) e soprattutto con la costruzione dei due discutibili padiglioni dell’Arengario, attuata in parte tra il 1939 e il 1942, ma ultimata solo nel 1956, che comportò l’abbattimento del corpo quattrocentesco della Manica Lunga di Palazzo Reale.
Il monumento a Vittorio Emanuele II, commissionato allo scultore Ercole Rosa nel 1878 subito dopo la morte del sovrano ma collocato solo nel 1896, inizialmente si trovava al centro della piazza, in posizione molto più avanzata rispetto a quella attuale, ma poi venne arretrato una volta che il progetto originario della piazza non trovò attuazione.

Prima che la scelta cadesse su Piazza del Duomo si era pensato di collocarlo davanti al Palazzo Reale, luogo forse più adatto e coerente. Si narra però che il monumento equestre fu messo lì a bella posta, in contrapposizione al Duomo, per rimarcare la laicità dello Stato e la sua indipendenza dalla Chiesa. Che sia vero o no, la credenza ha comunque un solido fondamento storico visti i pessimi rapporti tra Regno d’Italia e Stato Pontificio, tanto che alla fine, con la presa di Roma nel 1870 e la proclamazione a capitale d’Italia, Vittorio Emanuele II con i suoi discendenti furono scomunicati da Papa Pio IX , radicalizzando la “questione romana” che si protrasse irrisolta per quasi sessant’anni.
I lati maggiori della piazza sono delimitati dai Portici Settentrionali e Meridionali, che ne formano per gran parte la scenografia. Essi furono realizzati nel 1873 da Giuseppe Mengoni insieme agli imponenti palazzi che ne costituiscono il corpo.



Nei Portici settentrionali si apre il grande arco di trionfo della Galleria Vittorio Emanuele II (1865-78), mentre invece quelli meridionali, assai più brevi, s’interrompono con i padiglioni gemelli dell’Arengario, costruiti in posizione simmetrica rispetto alla Galleria e oggi sede del Museo del Novecento. Il lato prosegue poi con il Palazzo Reale e quello Arcivescovile, antica Corte Ducale che conserva ancora lo stemma visconteo. Entrambi i porticati appaiono luminosi ed eleganti, con solenni colonne corinzie e bella pavimentazione in marmi policromi, tra cui il marmo rosso di Verona, nel quale è facile riconoscere numerosi fossili di ammoniti, presenti anche in Galleria.

Lungo il percorso s’incontrano diversi negozi, bar e caffetterie, il che, unito alla comodità di stare al coperto, ne fa da sempre un luogo particolarmente adatto al passeggio e a piacevoli soste, oltre che punto d’osservazione privilegiato sui prospetti del Duomo e la vastità della piazza, caratteristica quest’ultima che consente lo svolgimento degli eventi più diversi, dalle manifestazioni ai concerti musicali.
Sui lati minori, rispettivamente a ovest e a est, sorgono il cosiddetto Palazzo Carminati e quello della Veneranda Fabbrica del Duomo. Il primo, costruito nel 1867-69 nell’area dell’ex Rebecchino, prende il nome da un noto ristorante, ma l’esatta denominazione è Casa Galli e Rosa, e in verità non sembra del tutto intonato con il contesto. D’altronde la sua facciata ebbe notorietà per altri motivi, poiché dagli anni Venti fino al 1999 quando furono smantellate, ospitarono le sfolgoranti pubblicità luminose, le fantasmagoriche “réclame” che grandi e piccini guardavano incantati col naso all’insù. Tra le insegne ce n’era una, animata, di una nota marca di carta carbone e nastri inchiostrati, dove un’abile dattilografa scriveva a macchina con movimenti precisi.


Fu ribattezzata “la Signorina Kores”, facendo sognare tante ragazze che in quel lavoro vedevano una concreta possibilità di emancipazione, ma anche qualche giovanotto in vena di fantasie.

Quella bizzarra facciata ormai sparita compare solo in qualche vecchio film, primo fra tutti “Miracolo a Milano”, capolavoro di Vittorio De Sica, con l’indimenticabile scena finale in cui i “barboni” volano liberi, sulle scope sottratte ai netturbini, “verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno!”.
Il Palazzo della Veneranda Fabbrica del Duomo sorge alle spalle della Cattedrale ed è sede dell’antica istituzione fondata nel 1387 da Gian Galeazzo Visconti. L’elegante edificio fu realizzato nel 1841-53 da Pietro Pestagalli sull’area dell’antico Camposanto e coronato nel 1865 da Giuseppe Vandoni col fastigio e l’orologio affiancato dalle statue allegoriche del Giorno (un giovane che con la mano si ripara dal sole) e della Notte (una donna assopita).


Il palazzo, detto anche “delle Ore”, racchiude a sua volta un piccolo tesoro, invisibile dall’esterno: la minuscola chiesa seicentesca di Santa Maria Annunciata in Camposanto, a pianta ottagonale e contenente il rilievo marmoreo dell’Annunciazione, pregevole opera cinquecentesca di Pellegrino Tibaldi, originariamente destinata al Duomo.



Non mancano le curiosità, come il dipinto in cui lo scrittore e pittore Dino Buzzati interpretò il Duomo e la piazza come un paesaggio dolomitico, sua terra natia, o la targa che al civico n. 31 ricorda il luogo del “prestìn di scansc”, ovvero il “forno delle grucce” di manzoniana memoria, o infine il “caffè del genoeucc” (caffè del ginocchio), bevanda ultra-proletaria diffusa tra Otto e Novecento, ottenuta coi fondi esausti scartati dai bar di lusso e così denominata perché i carretti per la sua preparazione e vendita erano molto bassi – non arrivando al ginocchio costringevano a chinarsi – o forse perché si consumava stando accovacciati sul marciapiede con la tazza sulle ginocchia.
Passeggiando per i Portici Settentrionali è d’obbligo, assai piacevole in verità, inoltrarsi nella Galleria Vittorio Emanuele II o più semplicemente “la Galleria”, grandioso passaggio che mette in comunicazione con Piazza della Scala.

Già colpisce, vista dalla piazza, col suo maestoso arco trionfale, ma entrarci è ben altra cosa e si scopre subito perché. Costruita tra il 1865 e il 1878 – ma aperta già nel 1867 – non fecero in tempo a vederla ultimata né l’artefice Giuseppe Mengoni, morto precipitando dalle impalcature il 30 dicembre 1877, né il Re in persona, al quale l’opera era dedicata, poiché morì anch’egli pochi giorni dopo, il 9 gennaio.




La Galleria, con gli eleganti edifici laterali e le coperture in ferro e vetro, ha il suo cuore nell’Ottagono, crocevia centrale dei bracci che mostra nel pavimento lo stemma sabaudo con gli emblemi delle capitali d’Italia (Milano, Torino, Firenze, Roma) e in alto i mosaici allegorici raffiguranti i quattro Continenti (Europa, Asia, Africa, America).

Un tempo, con l’illuminazione a gas, lungo la base circolare della grande cupola correva “el rattìn” (il topolino), una sorta di piccolo carrello caricato a molla che, su apposita rotaia, con la coda fiammeggiante accendeva rapidamente un centinaio di ugelli.
I cittadini accorrevano a frotte a questo appuntamento serale col rattin, che rimase in funzione fino al 1885, quando Milano – prima in Europa e seconda nel mondo dopo New York – passò all’illuminazione elettrica, come rievocato da una targa in Via Santa Radegonda dove sorgeva la centrale termoelettrica.
Per i milanesi la Galleria è sempre stata luogo animato di ritrovo, d’incontro e talora anche di scontro, come ben rappresentato dal futurista Umberto Boccioni nel dipinto “Rissa in Galleria” del 1910.


È infatti ancor viva la tradizione di compiere i classici “quatter pass in Galleria”, magari andando fino al braccio ovest per “schiscià i ball al toro” (schiacciare gli attributi al toro), rituale con diverse spiegazioni e comunque scaramantico, ma che vale solo la notte di Capodanno e non in ogni stagione come invece accade oggi.
Poco più oltre, ma già in Via Tommaso Grossi, una targa ricorda il breve soggiorno milanese di Giacomo Leopardi nel 1825.

Pochi sanno che dal 2015, in concomitanza con l’Esposizione Universale di Milano, esiste una passeggiata aerea (a pagamento) denominata Highline Galleria, che si sviluppa sui tetti lungo una passerella pedonale di circa 250 metri offrendo spettacolari prospettive e un ampio panorama.

E sono ancor meno coloro che conoscono il segreto dell’arco trionfale, che nella sommità nasconde la Sala degli Orologi, un ampio stanzone dove dal 1929 e per vari decenni operò la centrale di regolazione delle centinaia di orologi pubblici sparsi per la città, capace di sincronizzarli tutti simultaneamente. Del resto la Galleria stessa, se vogliamo, è a suo modo un orologio, una clessidra dove è il flusso incessante delle persone a segnare il tempo, il trascorrere delle stagioni e il cambiamento dei costumi.
Filippo Decorso



