Finora apparentemente assente da queste pagine, il Duomo in realtà non ha mai smesso di seguirci ovunque come un’ombra. Non poteva che essere così.

Ora però sarà bene anche parlarne un po’, magari iniziando col dire che l’area su cui sorge, fino ad arrivare all’odierna piazza della Scala, era un luogo di culto già duemila anni fa e oltre.
Furono difatti i Celti, intorno al VI secolo a.C., a sceglierlo per dedicarvi un bosco sacro alla dea Belisama (“la luminosa”) all’interno di un perimetro ellittico fatto di terrapieni allineati secondo precisi criteri astrali.

Seguirono poi un tempio romano alla dea Minerva, omologa di Belisama, e quindi, dopo l’editto di Costantino del 313 d.C., l’edificazione di due chiese cristiane: la Basilica Vetus, o Santa Maria Maggiore, e la Basilica Nova intitolata a Santa Tecla, situata al di sotto dell’attuale sagrato.


I resti di quest’ultima sono visibili scendendo dall’interno del Duomo, oltre che nel mezzanino della metropolitana M1, mentre sul pavimento del sagrato sono disegnati i contorni delle absidi e del battistero ottagonale di San Giovanni alle Fonti.

Dovette passare un altro millennio prima che l’inadeguatezza delle vecchie basiliche, la crescita demografica, la spinta dell’arcivescovo Antonio da Saluzzo e le ambizioni di Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, dessero il via nel 1386 alla costruzione del Duomo, da dedicare a Santa Maria Nascente con l’utilizzo del marmo di Candoglia anziché dei soli mattoni come pensato inizialmente.
Ed è proprio Gian Galeazzo Visconti a istituire nel 1387 la Veneranda Fabbrica, che ancora oggi dall’omonimo palazzo sovrintende alla gestione della cattedrale. Seguirono oltre cinque secoli di incessante lavoro sotto la direzione dei più illustri architetti e ingegneri – tra cui Simone da Orsenigo, Solari, Amadeo, Dolcebuono, Bramante, Leonardo, Richini, Tibaldi, Bernini, Vanvitelli, Pollack – che succedutisi nel tempo attuarono di volta in volta i propri progetti a modifica dei precedenti, sì che la cattedrale si può ben definire non il frutto di un progetto unitario, bensì il composito ma armonioso risultato di un’opera in continua evoluzione, capace di accostare e fondere insieme gli stilemi più diversi e dalle infinite diramazioni, pur partendo da un’evidente impronta gotica che ha sostanzialmente mantenuto. Il marmo occorrente, ricavato in blocchi giganteschi dalle cave di Candoglia sul Lago Maggiore, viaggiava su barconi lungo il Ticino, il Naviglio Grande e la cerchia interna dei navigli fino ad arrivare al laghetto di Santo Stefano nei pressi della Fabbrica del Duomo, dove oggi esiste ancora la via Laghetto. Ciascun carico veniva contrassegnato con le lettere A.U.F. (acronimo di Ad usum Fabricae) per indicarne l’esenzione da ogni tassa. Da qui ha origine il modo di dire “mangiare a ufo”, nel senso di mangiare a sbafo o senza pagare il conto.
Tralasciamo, per quanto sbalorditivi, i dati statistici sulle sue eccezionali dimensioni e la descrizione dei complessi particolari architettonici, sottolineando però le 135 guglie, le oltre 3400 statue a figura intera, esclusi gli altorilievi e i giganti dei doccioni, i cinque magnifici portoni in bronzo, i colossali pilastri interni (52 come le settimane dell’anno), le 55 vetrate policrome che abbracciano un arco temporale di quasi seicento anni a partire dalla più antica di inizio Quattrocento, per tacere delle innumerevoli opere d’arte custodite nelle cinque navate. Giunti dunque al suo cospetto – la visuale migliore si ha dal palazzo dell’Arengario – affiora un moto di meraviglia, che non farà che aumentare girando tutt’intorno per ammirare gli infiniti dettagli.
La maestosa veduta frontale, con la facciata ascendente e la guglia maggiore, rappresenta l’abbraccio materno della Madonna che stende il manto a protezione della città, assunto ad emblema della Veneranda Fabbrica sin dalla prima metà del Quattrocento. Scorrerne con sguardo attento i marmi riserva più d’una sorpresa.





Tra le decorazioni del portale maggiore, ad esempio, si riconosce in alto a destra il mitico drago Tarantasio, feroce mostro che abitava il misterioso lago Gerundo, vasto acquitrino situato a sudest di Milano, dove s’appostava per divorare viandanti e bambini. Fino a quando un coraggioso cavaliere, Uberto Visconti, lo affrontò lancia in resta uccidendolo.

Da questa vicenda pare derivino lo stemma dei Visconti – ovvero il “biscione” (che biscione non è) col bambino nelle fauci – e persino l’erogatore della tipica fontanella milanese, detta appunto “drago verde”, oltre che “vedovella”.

Al di sopra del portale poi – ma qui non si tratta di leggende bensì di fatti reali che riguardano l’arte – si nota una scultura che richiama alla mente la celeberrima Statua della Libertà di New York. In realtà “La Legge Nuova”, questo il nome dell’opera milanese di Camillo Pacetti, essendo stata scolpita nel 1810 anticipa di ben settant’anni quella americana, realizzata dal francese Frederic Auguste Bartholdi e inaugurata nel 1886.
A questo punto è d’obbligo e quanto mai opportuno levare lo sguardo ancora più su, fino alla Madonnina “tuta dora e piscinina”, che poi tanto piccina non è con i suoi quattro metri abbondanti d’altezza per quasi una tonnellata di peso.



Per quattordici giorni all’anno, in determinate ricorrenze, accanto alla Madonnina compare la bandiera italiana. La prima volta fu il 20 marzo 1848, terza delle gloriose Cinque Giornate di Milano, quando i patrioti Luigi Torelli e Scipione Bagaggia salirono fin lassù per issarvi il Tricolore, rincuorando così gli insorti che combattevano sulle barricate e l’intera popolazione.


L’area interna del Duomo si visita a pagamento con ingresso da un portale di destra. Tuttavia, per la preghiera e il culto, si entra gratuitamente dal primo portone di sinistra, con percorso limitato alla sola navata settentrionale, sufficiente comunque per apprezzare il grandioso ambiente, la cui altezza e solennità provocano, appena entrati, un attimo di vertigine e smarrimento.


Appena superata la soglia si notano, incastonati nel pavimento e sulla parete di sinistra, una sottile striscia d’ottone con i segni zodiacali in marmo: è la meridiana astronomica, sulla quale a mezzogiorno si posa il raggio solare che penetra attraverso un piccolo foro in alto a destra.
Visto che il Duomo è dedicato a Maria Nascente segnaliamo due dipinti molto particolari che ritraggono la Madonna col Bambino, entrambi quattrocenteschi e situati nelle sacrestie ai due lati dell’abside.

Una, posta su quello di sinistra, è detta Madonna delle Rose, o “di povarètt” perché le si rivolgevano le classi meno abbienti, e possiede la peculiarità delle tre corone sovrapposte.
L’altra, sul lato opposto, è la Madonna dell’Aiuto o del Latte, ribattezzata “di sciôri” perché si riteneva esaudisse le preghiere dei ricchi, ma in realtà venerata da tutti senza distinzione di ceto sociale, tanto che nel 1981 ne fu realizzata la copia oggi visibile lungo la navata settentrionale.


Oltre alle pregevoli sculture e ai monumenti funebri, realizzati dai maggiori maestri del tempo, merita attenzione un’altra opera davvero unica nel suo genere: il Candelabro Trivulzio, dal nome della potente famiglia che lo donò alla cattedrale nel 1550. Si tratta di una tipica Menorah ebraica in bronzo, alta più di cinque metri e tempestata di pietre preziose, di origini duecentesche e dunque di gran lunga anteriore alla costruzione del Duomo stesso.
Nel transetto di destra impressiona per il crudo realismo della rappresentazione anatomica la cinquecentesca statua di San Bartolomeo scorticato, mirabile capolavoro di Marco d’Agrate, il quale, senza tema d’immodestia, con una scritta in latino sul piedistallo fa dire al santo che l’autore dell’opera non è Prassitele, come si potrebbe credere, bensì Marco d’Agrate.

Poco più in là si trova quel piccolo capolavoro di architettura e cesello che è la cripta con lo Scurolo di San Carlo, sui quali tuttavia non ci soffermiamo, lasciandone la scoperta al visitatore.
Una tradizione veramente unica è infine quella legata al Santo Chiodo e alla cosiddetta “Nivola” (nuvola, in milanese).



Guardando in alto, in un rosone tra le volte del presbiterio si noterà una lucina rossa: è la lampada che indica la presenza della teca in cui, così si tramanda, è contenuto uno dei chiodi serviti per crocifiggere Gesù, rinvenuti e donati attorno al 330 d.C. da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. La preziosa reliquia fu collocata dal vescovo Ambrogio nella basilica di Santa Tecla, da cui nel 1461 venne traslata all’interno del Duomo. Ogni anno il Santo Chiodo viene prelevato ed esposto per tre giorni ai fedeli.
Per portarlo giù l’arcivescovo deve salire con la Nivola fino a 45 metri d’altezza dove è custodita la reliquia e dopo qualche giorno compiere il percorso contrario per riporlo in loco. Il rito si ripete puntualmente dal 1576, quando l’arcivescovo Carlo Borromeo portò in processione il Sacro Chiodo mentre infuriava un’epidemia di peste. Inizialmente il rito si celebrava ogni 3 maggio, poi dal 1805, anno dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte, fu spostato in settembre nel sabato più vicino al 14, giorno in cui ricorre l’Esaltazione della Santa Croce.

Dalla Nivola originaria, una semplice piattaforma di legno, nel 1624 si passò a quella ancora in uso oggi, voluta dall’arcivescovo Federico Borromeo, cugino e successore di Carlo, e avvolta in tele dipinte da Paolo Camillo Landriani detto il Duchino, forse ispirandosi a disegni di Giovan Battista Crespi “il Cerano”, artefice peraltro della croce in legno dorato. Con un ultimo sguardo alle navate e alle artistiche vetrate policrome ci avviamo all’uscita, lasciandoci alle spalle un ambiente veramente unico per storia e bellezza.

Ovviamente resta un’infinità di altre sorprese da vedere, fuori, dentro e… sopra, salendo cioè a piedi o in ascensore alle spettacolari terrazze, tra guglie e merletti di marmo. Lasciamo ai più curiosi scoprirle, magari integrandole con una visita al ricco Museo del Duomo. L’intento di queste pagine è infatti, come le precedenti, soltanto quello di agire da semplice spunto per ricerche più ampie e approfondite che ciascuno potrà condurre a piacimento.
Filippo Decorso



