A SPASSO TRA STATUE E MONUMENTI (IV e ultima PARTE)


Si chiama L.O.V.E., ma per molti è semplicemente “il Dito”

Al centro di Piazza degli Affari, proprio di fronte al monumentale Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, si erge perentoria la celebre scultura di  Maurizio Cattelan universalmente nota come “il Dito”, ma in realtà intitolata “L.O.V.E.”, acronimo di Libertà Odio Vendetta Eternità.

L’opera è stata concepita dall’autore per stare proprio in quella piazza (condizione che pose per donarla alla città), e infatti lì è rimasta sin dall’inaugurazione nel 2010. La scultura è in marmo di Carrara e poggia su un basamento di travertino, non a caso gli stessi materiali del palazzo dirimpettaio, esempio di architettura del Ventennio nonché simbolo del mondo della finanza. La coerenza dell’opera comunque non si ferma qui, perché la mano è tesa nel saluto romano, ma essendo priva delle dita fuorché il medio, come consumate dal tempo e dal progredire della storia, si rivela un potente gesto di sfida, fiero e beffardo, a ciò che sta di fronte.

Sappiamo bene quale sia invece l’interpretazione univoca data comunemente a quel dito superstite. Tuttavia non v’è alcun dubbio che si tratti proprio del saluto romano, lo fece intendere lo stesso Cattelan in un’intervista e comunque lo dimostra il fatto che tutte le dita mozzate hanno la base tesa verso l’alto anziché ripiegata verso il centro del palmo, come invece il gesto volgare comporterebbe.

Poi è chiaro che l’artista, come sua abitudine, gioca sull’allusione – o se vogliamo sull’illusione (ottica) – per provocare. Ma questo rappresenta solo uno degli aspetti, la sintesi finale, che sarebbe riduttivo e anche un po’ mortificante considerare il fine ultimo e il significato stesso dell’opera. Non per nulla il dito punta dritto al cielo.

La “dottora dei poveri” indomita ed emancipata

Tra le tante memorie presenti in città ce n’è una sconosciuta ai più. Si tratta della casa al quarto piano, all’ombra della Madonnina, ove dal 1892 al 1925 abitarono Filippo Turati e Anna Kuliscioff, che vi insediarono anche la redazione della rivista politica “Critica Sociale”. A ricordarlo ci sono due targhe, una in bronzo l’altra in marmo, lungo i Portici Settentrionali di Piazza del Duomo, subito a destra della Galleria Vittorio Emanuele II.

Non se ne abbia a male Turati, grande padre del socialismo italiano e dell’antifascismo, ma dedicherò lo spazio solo a questa donna straordinaria. Del resto fu proprio Anna Kulišëva a trasferirsi nel 1892 da Napoli nell’appartamento di Portici Galleria 23, che grazie a lei, perfetta padrona di casa, divenne ben presto “il salotto della signora Anna”, vitale punto di riferimento di tutta la sinistra italiana con la costante presenza di Turati:

una donna brillante ed emancipata – medica, ginecologa ed epidemiologa (era detta “la dottora dei poveri”), dedita alla politica per la giustizia sociale, l’emancipazione dei lavoratori e delle donne, l’opposizione al fascismo – e che per questo dovette subire persecuzioni, l’esilio e più volte la reclusione in carcere, sin dai moti milanesi del maggio 1898 repressi a suon di cannonate.

Da tempo malata di tubercolosi a causa delle ripetute incarcerazioni, Anna Kuliscioff si spense nel 1925, ma non fu lasciata in pace neppure al suo funerale: gli squadristi aggredirono i partecipanti, strappando i nastri delle corone funebri e costringendo lo stesso Turati ad abbandonare le esequie della compagna di una vita (lui morirà sette anni dopo in esilio a Parigi). Tutto questo, e molto di più, sta dietro a due “semplici” targhe commemorative nei portici dove oggi passeggiamo ignari.

Una fervente patriota e femminista ante litteram

Il monumento situato in Piazza Belgioioso possiede la particolarità di essere il primo che Milano ha dedicato a una donna, una grave lacuna colmata finalmente nel settembre 2021 celebrando una delle personalità più straordinarie della storia milanese, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, nobildonna, giornalista, scrittrice e patriota, qui mirabilmente raffigurata nel bronzo dallo scultore Giuseppe Bergomi.

L’opera è davvero molto bella, come del resto era la persona che rappresenta, le cui doti tuttavia andavano ben al di là dell’aspetto esteriore, essendosi distinta ad ogni livello per il fine intelletto, lo spiccato senso d’indipendenza e la grande sensibilità verso le questioni sociali (costruì asili, scuole, mense, abitazioni per i contadini), nonché partecipando attivamente al Risorgimento, dai moti carbonari alle Cinque Giornate di Milano, quando vi accorse da Napoli alla testa di 200 volontari partenopei, o in difesa della Repubblica Romana, dove organizzò gli ospedali da campo e si vide morire tra le braccia Goffredo Mameli. La scultura è collocata davanti a Palazzo Belgiojoso, ove Cristina Trivulzio abitò pochi anni dopo aver sposato, appena sedicenne, il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso, dal quale si separò presto. La sua figura appare seduta, col busto proteso in avanti, la mano destra posata su un libro mentre quella sinistra tiene alcuni fogli e una penna d’oca. Stupendo il volto, plasmato dall’artista basandosi sui ritratti di Francesco Hayez e Henri Lehmann.

Toccanti e da meditare le parole sul retro della statua: “Vogliano le donne felici e onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità. Cristina Trivulzio di Belgiojoso”.

Per lei il cielo è stato sempre un libro aperto

Nel giardino di fronte all’Università Statale, intitolato a Camilla Cederna, si trova la scultura dedicata alla grande astrofisica Margherita Hack, altra donna dalle qualità straordinarie sempre in prima fila non solo nel campo scientifico ma anche nella difesa dei diritti civili e delle donne in particolare.

La statua è una fusione in bronzo, con una patinatura speciale e alcuni particolari lasciati volutamente lucidi (le mani, gli astri), che l’autrice Daniela Olivieri, in arte Sissi, ha intitolato Sguardo Fisico e ha voluto realizzare senza alcun piedistallo per sottolineare il legame con la Terra.

L’opera raffigura la scienziata con grande naturalezza nella sua tuta da casa, in piedi con le braccia alzate nel gesto di chi osserva gli astri con un telescopio immaginario, come fanno i bambini e usando le sole mani, che sono il primo e più importante strumento che abbiamo.

La figura slanciata e protesa verso il cielo sembra emergere dalle ampie volute di un vortice che rappresenta una galassia, ma anche, immagino, l’elevazione verso le vette del sapere. D’altronde, non a caso, il monumento è collocato proprio davanti all’Università degli Studi di Milano, simbolo concreto e vitale di ricerca e conoscenza, dove la stessa Hack insegnò per anni, mantenendo poi stretti legami di collaborazione anche in seguito.

La targa dedicatoria riporta la sua frase “Il cielo è stato sempre un libro aperto”, che descrive alla perfezione il suo rapporto speciale con quel mondo affascinante.

Va infine sottolineato che l’opera possiede una peculiarità molto significativa quanto rara, poiché non solo è dedicata a una grande donna che riuscì ad emergere in un mondo prettamente maschile, ma è anche totalmente scaturita dall’idea e dalla mano di un’altra donna che ne ha saputo interpretare la personalità.

Con questi ultimi quattro racconti terminano, almeno per ora, le nostre bizzarre passeggiate tra statue e monumenti, di certo non esaustive, ma spero stimolanti. Ho voluto concludere con tre splendide figure femminili, grazie alle quali possiamo ben dire di essere finalmente tornati “a riveder le stelle”, il che sotto Natale – e il solstizio d’inverno – non è cosa da poco. E che sia di buon auspicio.

Filippo Decorso

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