Le Cinque Giornate di Milano e i suoi Caduti
Tra i fatti più gloriosi e memorabili della storia cittadina ci sono indubbiamente le Cinque Giornate di Milano contro la dominazione austriaca (18-22 marzo 1848), celebrate nella piazza omonima dal magnifico monumento-sacrario, opera complessa quanto travagliata dello scultore Giuseppe Grandi, artista bohémien della scapigliatura milanese che purtroppo, affaticato dall’impegno profuso, tanto enorme da minarne la già fragile salute, morì il 30 novembre 1894, a un passo dall’inaugurazione ufficiale del 18 marzo 1895.


Il monumento consiste principalmente in un alto obelisco in bronzo con gli oltre 400 nomi dei Caduti e nel sottostante gruppo allegorico che lo avvolge, anch’esso in bronzo, formato da cinque figure femminili discinte – una per ciascuna giornata di lotta fino alla vittoria finale – un leone, simbolo del risveglio del popolo insorto, e infine un’aquila ad ali spiegate con le antiche insegne milanesi (la scrofa semilanuta e gli stemmi delle sei porte cittadine).

L’artista volle ritrarre tutte le figure dal vero, sia le graziose modelle Maria, Giovannina, Luigina, Innocentina e Tacita, sia gli animali che teneva nello studio: il vecchio leone (“el pòer Borleo”) comprato da un circo di Amburgo e l’aquila proveniente dalle Alpi.
Nella cripta sono sepolti i resti dei Caduti nelle Cinque Giornate, che fino al 1895 giacevano nel Sepolcreto dell’antica Ca’ Granda, oggi Università degli Studi, per poi essere traslati qui. La cripta viene aperta al pubblico, con accesso gratuito, soltanto nei giorni della ricorrenza, cioè dal 18 al 22 marzo di ogni anno. La vasta piazza sorge nel cuore dell’antica Porta Tosa, ribattezzata Porta Vittoria perché fu proprio da qui che le truppe austriache fuggirono dalla città rifugiandosi nel cosiddetto “quadrilatero” veneto. Di lì a poco, il 5 agosto, Milano tornò di nuovo sotto il dominio austriaco, ma quelle gloriose Cinque Giornate – con la sollevazione del popolo e i Martinitt a fare da staffette – segnarono comunque una svolta determinante nella storia del Risorgimento e dell’unità d’Italia.
San Francesco, Fra’ Cecilio e i cannoni di Bava Beccaris
Esattamente cinquant’anni dopo le Cinque Giornate, tra il 6 e il 9 maggio 1898, i cannoni spararono di nuovo sui milanesi, in rivolta per le condizioni di lavoro e l’aumento del prezzo del pane. Questa volta però a far fuoco, causando centinaia di morti (molti i bambini), non fu lo straniero bensì gli italiani del regio esercito al comando del generale Bava Beccaris, che per tale impresa fu ricompensato dal “re buono” Umberto I con la nomina a grand’ufficiale dell’Ordine militare di Savoia e addirittura a senatore del Regno. Ma che c’entra il monumento a San Francesco con tutto ciò?
La citazione non è affatto casuale perché il monumento, situato in piazza Risorgimento, si trova a breve distanza dal convento dei frati Cappuccini di Monforte, che durante la repressione dei moti fu preso anch’esso a cannonate mentre i poveri erano in fila per il cibo distribuito dai frati, come d’altronde avviene ancora oggi.

Non solo, ma il monumento fu fortemente voluto proprio da uno di quei cappuccini, Fra’ Cecilio, quando di quei fatti era ancor vivo il ricordo e tanto più quello della Grande Guerra conclusasi da pochi anni.

Egli raccolse casa per casa i fondi necessari e finalmente nel 1926 vide realizzato il grande monumento, alto ventitré metri e con la statua in bronzo di San Francesco che da sola ne misura più di cinque. A scolpirla fu l’artista Domenico Trentacoste, che lavorò gratuitamente per amore del Santo, a patto però che a posare come modello fosse lo stesso Fra’ Cecilio, il quale, umile e schivo com’era, dovette accettare.
San Francesco è raffigurato mentre benedice la città come in un abbraccio: la mano sinistra aperta in segno di pace, la destra che dà la benedizione con le tre dita. Ma l’implacabile ironia milanese tradusse subito quelle mani in “Cinq e tri vott… cinq che lavòren e tri che fan nagott” (Cinque e tre, otto… cinque che lavorano e tre che non fanno nulla), con chiara allusione agli sfaticati che battono la fiacca e ai troppi capi spesso inutili.

Uno scherzo bonario e forse un po’ irriverente, ma son sicuro che Francesco d’Assisi sarebbe il primo a riderne.
Il primo bombardamento su Milano
Comunemente si pensa che i bombardamenti su Milano furono soltanto quelli catastrofici della Seconda guerra mondiale. In realtà, per quanto possa apparire incredibile, il primo bombardamento in assoluto sulla nostra città risale al 14 febbraio 1916, quando aerei austriaci s’avventurarono nei nostri cieli prendendo di mira alcuni quartieri, tra cui quello di Porta Romana.
E infatti in via Tiraboschi, all’incrocio con via Ludovico Muratori, sorge il monumento dedicato ai Caduti di Porta Romana, con il quale, insieme ai 573 militari originari del quartiere morti sul fronte, si commemorano anche le diciotto vittime della popolazione civile colte di sorpresa dalle bombe piovute improvvisamente dal cielo.
Lo fa con toccante pietà il gruppo bronzeo realizzato nel 1923 dallo scultore Enrico Saroldi, dove un legionario romano e un soldato della Lega Lombarda sorreggono il corpo esanime di un Caduto della Prima guerra mondiale.

Il basamento reca sul frontespizio l’iscrizione dedicatoria, con la menzione della Medaglia d’oro Giordano Ottolini, e un bassorilievo in bronzo che rappresenta gli effetti delle esplosioni, mentre ai lati sono riportati i nomi di tutti i caduti di Porta Romana, militari e civili, un fitto elenco che impressiona.

Un’opera di grande realismo, significativa e artisticamente pregevole, anche se eccede nella retorica, tipica dell’epoca, sull’italico valore. Forse per questo qualche milanese, pur nella pietà verso le vittime, non mancò di ribattezzare le tre figure “i tri ciucc” (i tre ubriachi), perché simili a due uomini un po’ alticci che, di ritorno dall’osteria, ne sorreggono un terzo ancor più ubriaco di loro. Un piccolo ma amaro sorriso dopo tante lacrime.
Ecco la guerra: il monito dei piccoli Martiri di Gorla
Di ben altra portata furono i bombardamenti angloamericani su Milano durante il secondo conflitto mondiale, soprattutto dall’estate 1943 in poi. Nei quasi cinque anni di guerra centinaia e centinaia di incursioni aeree causarono, oltre a indicibili distruzioni di case, monumenti e industrie, più di duemila morti tra la popolazione civile. Già alla fine di agosto 1943, mese davvero tragico nella storia cittadina, si contavano un migliaio di vittime civili (più verosimilmente il doppio), con più della metà degli edifici colpiti e circa 600.000 tra senza tetto e sfollati.
Ma a rimanere indelebile e ancor vivo nella memoria dei milanesi è, più di altri, il bombardamento avvenuto la mattina del 20 ottobre 1944, quando uno dei gruppi di aerei americani partiti dalla base di Foggia, di ritorno da un’infruttuosa missione sulla Breda di Sesto San Giovanni decise di disfarsi dell’ormai inutile carico di bombe sganciandole sul quartiere di Gorla, anziché in aperta campagna o sul Mare Adriatico come prescritto. Non un errore di rotta, dunque, ma un atto deliberato. Fu così che quel giorno, tra le 614 vittime complessive, ne morirono 204 nella scuola elementare Francesco Crispi, delle quali ben 184 erano alunni intenti con gli insegnanti a scendere le scale per raggiungere il rifugio.

Finita la guerra i loro sventurati genitori formarono un comitato per erigere un monumento sul luogo della strage e il sindaco Antonio Greppi lo mise a loro disposizione anziché venderlo, resistendo anche a forti pressioni (indovinate da parte di chi) affinché il monumento non si facesse.
Invece si fece, eccome, e lo scultore Remo Brioschi non volle nulla per realizzarlo. Oggi il monumento-ossario ai Piccoli Martiri è ancora lì, nella piazza omonima, a vegliare i resti di quei poveri bimbi. La strage, le tragiche figure in bronzo e le parole scolpite – ECCO LA GUERRA – toccano veramente nel profondo.

Sono anche un monito terribile e perenne, purtroppo però, come diceva Gramsci, “la storia è maestra, ma non ha scolari”.
Filippo Decorso