A SPASSO TRA STATUE E MONUMENTI – I Parte


Dopo le fatiche del viaggio tra i resti della Milano romana ben venga un giro a cuor leggero e persino scanzonato tra statue e monumenti. Non tutti ovviamente, anzi, solo pochi, per giunta sparsi e talora ignoti ai più.

La statua parlante dei milanesi

Mettiamoci dunque in cammino cominciando da corso Vittorio Emanuele II, dove sotto i portici all’altezza del civico n. 13 si erge mutila e solenne la figura togata del Scior Carera (= Signor Carera), scultura romana del III secolo d.C. nota anche come l’omm de preja (l’uomo di pietra). L’ironico e affettuoso nomignolo ambrosiano trae origine dalla massima latina scritta sul piedistallo: “Carere debet omni vitio qui in alterum dicere paratus est” (Deve essere privo di ogni colpa chi è pronto a parlare contro un altro).

La testa però non è quella autentica del togato romano, bensì un’aggiunta posticcia del X secolo, quando alcuni fedeli, per onorare la memoria dell’arcivescovo Adelmanno, sostituirono l’originale con quella raffigurante il loro venerato, senza troppo badare alle proporzioni né alla somiglianza. La statua ebbe fin dal Settecento una funzione peculiare, come Pasquino a Roma, quella cioè di raccogliere e mostrare, quasi fossero sentenze, pagine di arguzie e motti pungenti lasciate nottetempo da ribelli e cittadini contestatori.

Fu così, ad esempio, che all’epoca della Rivoluzione francese si trovò scritto: “Liberté-Egalité-Fraternité / i Francés in carrozza e numm a pé” (= i Francesi in carrozza e noi a piedi). Ma ben più salaci furono i commenti antiaustriaci durante il Risorgimento, spesso rivolti contro Francesco Giuseppe e con esplicite esortazioni alla sollevazione popolare, come durante il famoso sciopero del fumo, attuato per colpire le finanze austriache. Ora i passanti non lo degnano neppure di uno sguardo, povero Scior Carera, e sì che anche oggi ne avrebbe di cose da dire.

Un Sant’Ambrogio trasformista

Lasciato “l’omm de preja” con la sua testa posticcia si può andare in piazza Mercanti a vedere la grande statua di Sant’Ambrogio, che di teste, così si narra, nel corso dei secoli ne ha avute addirittura quattro, e tutte di personaggi diversi. Le cronache ufficiali attribuiscono l’opera attuale a Luigi Scorzini, giovane scultore che, incaricato dal nobile Giuseppe Fossani, la realizzò nel 1833 su modello di Pompeo Marchesi.

Ma in realtà la sua storia parte da assai più lontano, quando nella seconda metà del Cinquecento l’architetto Vincenzo Seregni costruì il Palazzo dei Giureconsulti, collocando nella nicchia sotto la torre di Napo Torriani la statua allegorica della Giustizia, con tanto di toga romana ad avvolgere le forme procaci. Ben presto però, in omaggio ai dominatori spagnoli, lo scultore Gian Andrea Biffi dovette sostituire la statua della Giustizia con quella della Prudenza dandole le sembianze del re Filippo II di Spagna.

E qui non si sa se il Biffi, impegnatissimo con la Fabbrica del Duomo, ebbe tempo di scolpire davvero una nuova statua o si limitò invece a sostituirne la testa modificando il panneggio per celare le forme femminili. Ma non è finita, perché con l’avvento della Repubblica Cisalpina la testa venne nuovamente sostituita, stavolta con quella di Bruto, simbolo di ribellione e libertà, nonché assassino di Cesare.

Con la caduta di Napoleone Bonaparte la statua fu rimossa e forse distrutta, lasciando a lungo vuota la nicchia fino all’inaugurazione della nuova scultura nel 1833. Molti milanesi erano e sono ancora convinti che in realtà la statua sia rimasta sempre la stessa, più volte riciclata nei secoli mascherandone le forme femminili, tanto che con irriverente ironia l’hanno ribattezzata Sant’Ambroeus cont i tett (Sant’Ambrogio con le tette). Provate voi a risolvere il rebus.

Oldrado, chi era costui?

Sempre in Piazza Mercanti, ma sul lato opposto, incontriamo un personaggio rilevante nella storia di Milano e tuttavia poco conosciuto.

Incastonata nella facciata meridionale del Palazzo della Ragione, tra trifore e archi a tutto sesto, spicca infatti un’elegante edicola col monumento equestre di Oldrado da Trésseno (con l’accento acuto sulla prima e), potente podestà di Milano nei primi decenni del XIII secolo, qui raffigurato in sella al suo cavallo bardato.

L’opera, attribuibile con certezza allo scultore Benedetto Antelami o a  suoi discepoli, ci tramanda da ben otto secoli la figura di Oldrado, originario di Lodi o Melegnano, passato alla storia non solo per aver fatto costruire tra il 1228 e il 1233 il Palazzo della Ragione, o Broletto Nuovo, ma anche – come ricordato nell’iscrizione ai piedi della statua – quale implacabile persecutore dei Catari, che mandò sistematicamente al rogo con l’aiuto del suo degno amico Pietro da Verona, meglio noto come San Pietro martire, frate domenicano e inquisitore, poi ucciso dai nemici “eretici” e sepolto nella Cappella Portinari della Basilica di Sant’Eustorgio a Milano.

L’iscrizione latina, tradotta, suona così: “Anno del Signore 1233, a Oldrado di Tresseno Podestà di Milano / Quando passi per i portici regali del grande palazzo – tu ricorderai sempre i meriti del podestà Oldrado – cittadino di Lodi difensore e spada della fede – che costruì il palazzo e bruciò come doveroso i Catari”. È più eloquente di tante cronache del tempo.

Un genio all’osteria

Poco distante, al centro della piazza forse più prestigiosa di Milano, tra il simbolo civile di Palazzo Marino e quello artistico del Teatro alla Scala, non troviamo la statua di uno statista o di un compositore, come ci si aspetterebbe, bensì il monumento al genio di Leonardo da Vinci, il quale a Milano visse e lavorò per quasi un quarto di secolo, soprattutto alla corte degli Sforza, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del secolo successivo.

Non serve dilungarsi sulla sua figura, anche perché per farlo occorrerebbero interi volumi. Basti ricordare i suoi capolavori artistici – come il Cenacolo – le invenzioni, gli studi anatomici e d’ingegneria, il Codice Atlantico. Al monumento va però tutta l’attenzione che merita, per ciò che rappresenta ed essendo opera assai pregevole dello scultore milanese Pietro Magni, che lo realizzò nel 1872.

Bellissima e inconsueta la composizione, dove Leonardo domina solenne e meditabondo, attorniato più in basso da quattro dei suoi discepoli prediletti – Giovanni Antonio Boltraffio, Marco d’Oggiono, Cesare da Sesto e Andrea Salaino, pseudonimo di Gian Giacomo Caprotti – mentre i bassorilievi sul basamento lo raffigurano intento in alcune delle sue “specializzazioni”: pittore, scultore, architetto e ingegnere (non per nulla le parole della dedica sono “al rinnovatore delle arti e delle scienze”).

Ma è proprio la curiosa disposizione delle figure ad aver acceso come sempre la fantasiosa ironia tutta milanese, alla quale, nel rispetto della tradizione, non poteva dunque sfuggire neppure il grande genio vinciano. Così il monumento fu ben presto ribattezzato – sembra da Giuseppe Rovani, scrittore “scapigliato” e gran bevitore – On liter in quatter (un litro in quattro), dove Leonardo è naturalmente la caraffa da litro e i suoi discepoli i quattro bicchieri, come allora era d’uso nelle osterie. E dunque, Chianti o Bonarda che sia, in alto i calici! 

Filippo Decorso

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