SANT’AMBROGIO TRA ARTE, STORIA E LEGGENDA


Chi negli anni del dopoguerra arrivava per la prima volta a Milano, superato l’impatto con la formicolante Stazione Centrale si precipitava in Piazza del Duomo rimanendo di colpo a bocca aperta, affascinato più dalle pubblicità luminose di Palazzo Carminati che non dalla Cattedrale. Oggi, sparite le prime da oltre vent’anni, nella piazza resta solo la mole composita e sontuosa del Duomo ad attrarre. Infatti è lì che immancabilmente si va per ricevere il primo vero contatto con la città, soffermandosi estatici di fronte a guglie e merletti o nelle solenni navate interne ricche di opere d’arte. È normale che sia così.

Eppure, nella città detta “ambrosiana”, sarebbe forse più logico e significativo cominciare dalla basilica intitolata al santo patrono, non fosse altro che per il fatto di essere sorta tra il 379 e il 386, ovvero esattamente mille anni prima del Duomo, e poi perché le sue architetture romanico lombarde accoglienti ed essenziali dicono molto di Milano e dei suoi abitanti. Al racconto contribuisce naturalmente la figura stessa del suo fondatore Ambrogio, funzionario imperiale di origini tedesche che rifiutò fino all’ultimo la nomina a vescovo per poi diventarlo con profonda dedizione civile e spirituale. Tra gli episodi della sua vita c’è anche quello della conversione e battesimo di Agostino da Ippona, il futuro Sant’Agostino, venuto dal Nordafrica a Milano per esercitare l’insegnamento. Pensate un po’ che storia emblematica e moderna (e che via vai): un funzionario laico nato in Germania e formatosi a Roma che  divenuto vescovo di Milano converte e battezza un immigrato nordafricano.

Ma intanto eccoci arrivati davanti alla basilica di Sant’Ambrogio, l’antica Basilica Martyrum, di cui tralascio la descrizione dettagliata poiché richiederebbe pagine e pagine, reperibile comunque con facilità su libri e siti web. Qualche precisa indicazione però è d’obbligo.

Come ad esempio la Colonna del Diavolo, situata all’esterno a sinistra della basilica. Si tratta di un’antica colonna romana con in basso due fori, che la tradizione milanese vuole siano stati lasciati dalle corna di Satana, trasformatosi in caprone, nel tentativo andato a vuoto di trafiggere Sant’Ambrogio dopo aver cercato inutilmente di indurlo in tentazione. Sempre secondo la leggenda, accostandosi ai fori si sentirebbe l’odore di zolfo e il rumore infernale del fiume Stige.

Dopo aver ammirato le forme armoniose dell’esterno – l’arioso quadriportico, la facciata a capanna con logge sovrapposte, il grandioso portone di legno scolpito, le due torri dei Monaci e dei Canonici –

entrati nella basilica si nota presso il terzo pilastro di sinistra un’altra colonna di origine romana con in cima un nero serpente di bronzo, che tradizionalmente sarebbe il nehustan, il mitico serpente bronzeo forgiato da Mosè che un giorno si animerà nell’imminenza dell’Apocalisse. Per secoli la popolazione ritenne che esso possedesse potenti doti taumaturgiche, una superstizione

tanto radicata che nel 1566 Carlo Borromeo dovette proibirne il culto. In realtà non se ne conoscono le origini né la provenienza. Comunque si tratta sicuramente di una scultura antichissima, portata a Milano attorno all’anno 1000 dall’arcivescovo Arnolfo da Arsago.

Poco più avanti troneggia l’ambone medievale con il sottostante sarcofago paleocristiano detto di Stilicone (sec. IV), generale e console romano di origine vandala che la credenza popolare vuole sia sepolto in questo luogo. Procedendo si possono ammirare il solenne ciborio di epoca carolingia (sec. IX), lo splendido mosaico del catino absidale (sec. XIII), la cripta settecentesca con i corpi dei santi Ambrogio, Protasio e Gervasio custoditi negli abiti pontificali in un’urna d’argento del XIX secolo.

Si arriva così ai due autentici gioielli “aurei” della basilica. Uno è il prezioso paliotto o altare d’oro,  capolavoro di oreficeria di abbacinante bellezza, realizzato dal Maestro Volvinio intorno all’anno 835 e donato dall’arcivescovo Angilberto II.

Nelle varie formelle di lamine d’oro, cesellate e divise da fasce di smalti e gemme, sono raffigurati episodi  della vita di Cristo e storie di quella del santo titolare, dagli anni dell’infanzia (miracolo delle api) a quelli delle sue funzioni civili, politiche e religiose.

Vera gemma tra le gemme è poi l’altrettanto prezioso Sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, che alla bellezza degli splendidi mosaici della cupola e delle pareti unisce l’importanza delle origini, le quali – ed ecco la peculiarità del monumento – sono addirittura anteriori a quelle della basilica stessa. Esso infatti fu eretto nella prima metà del IV secolo per volontà del vescovo Materno come semplice cappelletta all’interno del cimitero paleocristiano “ad Martyres” per accogliere le spoglie di San Vittore il Moro, militare romano di stanza nella Milano imperiale martirizzato nel 303 per non aver rinnegato la fede cristiana. Dell’antica costruzione, consistente in un’aula absidata di forma trapezoidale, rimane la suggestiva cupola emisferica, rivestita da un mosaico d’epoca incerta in tessere d’oro con al centro l’effigie di San Vittore.

Sulle pareti laterali altri pregevoli mosaici policromi, risalenti con ogni probabilità al V secolo, raffigurano, a sinistra, Sant’Ambrogio in abiti civili e senz’aureola (il suo ritratto più antico pervenuto ad oggi) tra i santi Gervasio e Protasio, e sul lato opposto i santi Felice, Materno e Nabore.La cappella è situata nello spazio museale del “tesoro di Sant’Ambrogio”, ove sono conservati dipinti, opere di oreficeria sacra, volumi, pergamene e antichi reperti.

. Tra gli oggetti esposti colpisce un presepe molto particolare e veramente toccante, realizzato per il Natale 1944 da militari italiani deportati nel campo di concentramento di Wietzendorf e costruito tra enormi sacrifici col poco materiale povero a disposizione e qualche piccolo attrezzo di fortuna.

Guardandolo ci si commuove e si comprende quanto preziosi siano i doni della pace, della libertà e della speranza. Facendo attenzione si noterà che nel presepe manca il bue, lasciato nel lager per dare conforto agli sventurati rimasti laggiù senza più fare ritorno.

Questo, dei vari presepi “stabili” presenti a Milano, oltre che unico è sicuramente il più prezioso e vivo.        

Naturalmente non si uscirà dalla basilica prima di aver ammirato gli innumerevoli dipinti e sculture di grandi maestri succedutisi nei secoli che la rendono ancora più pregevole sul piano artistico, né si potrà rinunciare a una visita al bellissimo portico di Donato Bramante nel cortile della  Canonica.

Mi accorgo di essermi dilungato più del dovuto, pur saltando a pie’ pari un’infinità di particolari, che lascio dunque a voi scoprire, uno per uno, animati da sana curiosità. 

Filippo Decorso

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