Parlare di Milano è impresa assai difficile, se non ardua. Milano è infatti tante cose insieme in una sola città. Sembra solo una frase fatta, ma forse poche volte come in questo caso essa fotografa alla perfezione la realtà.
Comunemente si pensa a Milano in maniera diciamo così settoriale, come la capitale di “qualcosa” in particolare – industria, finanza, lavoro, terziario, tecnologia, moda, design (un po’ meno, a torto, come città d’arte) – considerando cioè ciascuna delle sue molteplici attività in forma separata e indipendente dal resto. È un errore in cui è facile cadere, ma che si rivela ben presto come tale, quando ci si rende conto delle loro interconnessioni e delle sinergie che spesso attivano.

Di Milano si ha generalmente anche l’immagine di città saccente e un po’ gradassa: è vero il contrario. Essa infatti, con umiltà mista a pragmatismo, sa imparare molto da chi viene da fuori, perpetuando così, migliorandole, le sue caratteristiche costanti nel tempo, direi storiche, che al di là di qualche durezza e spigolosità, emergono
puntualmente: accoglienza e inclusione, senso pratico, capacità di apprendere e innovare, con l’innata inclinazione ad anticipare, sperimentare, risolvere. Tutte attitudini che vengono condivise per essere trasmesse e interiorizzate.
Ecco perché nella lunga storia cittadina non si contano le iniziative con finalità non solo assistenziali e di sostegno, ma anche di emancipazione sociale attraverso la cultura, la formazione e il lavoro. Ne sono esempi concreti e luminosi molte istituzioni davvero benemerite e tuttora operanti, come ad esempio l’Orfanotrofio dei Martinitt e delle Stelline, fondato addirittura nel 1532, la Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri, che porta nel nome – SIAM 1838 – l’anno di nascita, la Società Umanitaria, che agisce sin dal 1893;
senza dimenticare altri poli culturali quali la Casa della Cultura, il Piccolo Teatro, l’Ambrosianeum, tutti sorti tra il 1946 e il 1948. Non c’è dunque da stupirsi se ancora nel terzo millennio nascono nella nostra città nuove iniziative, piccole o grandi non importa, spesso di puro volontariato, sotto quel segno inconfondibile di apertura verso l’altro. So bene che, dietro al quadro quasi apologetico e comunque parziale che ne ho tracciato, Milano nasconde non di rado il suo aspetto più duro e spigoloso (che peraltro ultimamente, al passo coi tempi, va purtroppo accentuandosi).

Ma qui ho voluto sottolinearne quelle qualità che, per quanto non sempre facili da cogliere e mettere a frutto, appaiono innegabili, alla portata di chiunque lo voglia veramente e con tenacia.
Disgraziatamente, tra i molti difetti la città ha anche quello di distruggere sistematicamente i segni del suo passato, demolendo case, monumenti, chiese, per costruirci sopra. Vale per Milano ciò che Charles Baudelaire scrisse di Parigi: “Le vieux Paris n’est plus (la forme d’une ville / change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel)”, ossia “La vecchia Parigi è sparita (la forma d’una città / cambia, ahimè, più veloce d’un cuore)”. Questo non deve però spaventare, ma essere anzi

di stimolo a lasciare la propria impronta, il personale contributo d’idee e azioni al progresso della società.Basta guardare con lo spirito di Marcel Proust, secondo cui “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
E nuovi sogni, aggiungerei.
Filippo Decorso





